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La Domenica del Corriere

E.F.Bi[c?]

Tramonto- novella araba

17-24 Novembre1912,-Anno XIV-Num.46, pp 14-15

La novella ha anche un’epigrafe-dedica "Ai prodi figli d’Italia rifatta grande". La storia si apre sul lento e faticoso ritorno di arabi feriti al villaggio , mehalla, di Suani-bu-Gangia, "i più, quelli che costituivano la parte vitale e vigorosa della fiera mehalla […] erano caduti sui campi sabbiosi, crivellati di palle di piombo nel petto o di punte di baionetta nella schiena". A ritroso si enucleano i motivi per cui erano andati a combattere, dovuti alla propaganda turca, che parlava di un’invasione di europei, infedeli, che avrebbero profanato templi, violato le donne, affamato la popolazione. Le incertezze del capo della mehalla,Helmir-el-Suani, "virile, audace e feroce come tutta la sua tribù" erano state vinte dai messi inviati per" tutta la stesa del Garian" , fino a quel "grosso villaggio nascosto fra i palmeti", per arruolare uomini per la guerra santa. Lo stesso Helmir-el- Suani, benché prossimo alle nozze con Rezadine, figlia del sapiente Kamur-el- Rezad, era partito con altri quattrocento che, armati e" istruiti alla meglio" erano stati "gettati poi avanti, ciecamente, allo sterminio". Dei quattrocento partiti ne erano tornati "disfatti e annientati poco più di cento": qui il racconto riprende a dipanare la storia, inquadrando il fiero Helmir che riconduce i supestiti al villaggio, con accanto il vecchio saggio Kamur, che gli sembra un vivente rimprovero "importuno e vergognoso della sconfitta". Kamur, infatti, aveva sconsigliato il combattimento perché,ci viene detto, avendo viaggiato sulla costa, a Tripoli, ma anche a Tunisi, "sapeva che gli invasori erano apportatori di civiltà e di benessere e non barbari conquistatori, feroci e sanguinari" " Rinnovarsi o morire: con parole grossolane egli voleva esprimere questo concetto che intuiva nella sua essenza. Comprendeva confusamente che il succedersi e il sovrapporsi delle razze più progredite su quelle inferiori era fatale ed ineluttabile. […] Lo spendore dell’Oriente era passato all’Occidente, come fa il sole tutti i giorni, e adesso era la volta di un’altra razza e di un’altra età". Arrivati al villaggio, i superstiti vengono a sapere che "qualche giorno dopo la partenza dei combattenti, erano arrivati per la opposta strada cammelliera che direttamente conduceva a Tripoli, altri messi numerosi e ben equipaggiati, assoldati non più dai turchi ma dagli italiani. Montavano cavalli velocissimi, e avevano denaro, grano, datteri e proclami che distribuivano copiosamente" e ancora, nei giorni a venire, altri messaggeri e altri ninformatori: " Tripoli rinasceva a nuova vita: gli italiani facevano cose meravigliose e indescrivibili". La stessa Rezadine sparita dal villaggio, si trovava "viva e benestante" presso una famiglia d’infedeli a Tripoli. La collera di Helmir investe il vecchio Kamur, accusato di essere un disfattista e , come la figlia, un traditore. Kamur propone di entrare a Tripoli, nascosto fra gli informatori [ spie?], cercare la figlia e portarla indietro. Se fallirà Helmir lo ucciderà. Kamur parte, ma ha difficoltà per entrare a Tripoli. Nel frattempo, aggirandosi nei dintorni, vede " tutto lo spettacolo miserevole della sua razza, continuamente battuta e costretta ogni giorno a cedere terreno, e suo malgrado dentro di sé prova impeti violenti dell’istintivo irriducibile odio per lo straniero infedele". Finalmente riesce a entrare in città con un falso lasciapassare a nome di un informatore suo amico, Kaiban-el- Gherama che lo informa che "era ormai un’era nuova per tutti. Gli italiani pagavano bene, non maltrattavano mai, ed erano giusti egualmente per tutti: severi ma giusti. Tripoli non si riconosceva. Vi erano mille negozi nuovi, mille luci splendenti, musiche, fanfare,, strade lastricate, vetture che correvanosenza cavalli, macchime rumorose che camminavano da sé trainando grossi veicoli, macchine che volavano, istrumenti magici coi quali si poetva parlare da un punto all’altro, lampade che si accendevano sol toccando un bottone e un’infinità di cose favolose e mai viste. Quelli che combattevano al dilà delle trincee , erano dei pazzi: sperare di ricacciare in mare gli italiani e di riprendere Tripèoli era comesperare di arrivare con un salto a toccare il sole".(p.15) Kamur si rende conto con malinconia che Il passato tramontava, le tradizioni cadevano" "Era la forza che trionfava, era la nuova vita dell’avvenire che s’imponeva e che s’avanzava con tutta la sua legittima prepotenza e con tutto il suo fervido splendore". L’incontro con la figlia segna il conflitto tra vecchio e nuovo: il vecchio si attacca al concetto di "infedeli", "nemici del nostro paese e della nostra razza", la giovane esalta la generosità italiana: "Nemici? No, credetelo, no. Nemici coi nemici, semmai, e coi ribelli, ma altrimenti non nemici […] . Curano i nostri feriti ed i nostri ammalati, in luoghi preparati che chiamano ospedali. Danno pane e legumi ai nostri poveri, in sale che chiamano dispensari. Raccolgono uttti i nostri bambini raminghi ed affamati e li ricoverano in una casa apposita che si chiamna ospizio, ed hanno aperto dei locali liberi a tutti per l’insegnamento che si chiamano scuole." E non sono infedeli, ma "fedeli , essi pure, al loro Dio, come noi siamo fedeli al nostro. La loro religione va rispettata come la nostra, che essi rispettano, perché è buona, è giusta come la nostra lo è. Il loro Dio è uguale al nostro […] perché è il Dio di tutti […] gli uomini buoni, che poer questo sono tutti fratelli." Kamud è colpito e sente che quanto alla figlia "qualcosa della nuova anima italiana era già penetrato in lei. L’arboscello giovane, verde e fresco, cedeva, rifioriva e si trasformava all’innesto" ma che, quanto a lui, "il tronco vecchio e secco […] non poteva più cangiarsi" e "sarebbe caduto. Era la legge della vita". La figlia resta a Tripoli, ma lui si accinge a tornare al villaggio, legato dalla sacralità del giuramento fatto, ma anche perché " Per il suo atavico spirito di razza, ormai inflessibile, gli italiani erano gli stranieri, gli infedeli. Il loro sole sorgeva splendente e potente ad oscurare quello arabo… ed egli cedeva e si ritraeva… tramontava….".Frase conclusiva: " E nel piccolo cortile arabo, silenzioso e poetico, il vacchio saggio che tramontava, benedì quella giovinezza che sorgeva" . ( p. 15).

novella - patriottica

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